Una panoramica sulla filiera produttiva dei microchip

di Edoardo Toffoletto

Quasi l’anno scorso ci si era rivolti a Samuel Richer, fondatore della società francese di intelligence economica Octobot, specializzata nelle attività di influenza cinese, per inquadrare gli eventi legati a Hong Kong all’interno della strategia di proiezione estera dell’Impero di mezzo.

Alla luce della recente applicazione del cosiddetto Golden Power da parte del governo Draghi per impedire la scalata al 70% di Shenzhen Investment Holdings Co. Ltd. in Lpe Spa, azienda lombarda specializzata in reattori epitassiali, tecnologia di punta per produrre una sottilissima e omogenea superfice di silicio, necessaria per l’incisione di semiconduttori di ultima generazione, si coglie così l’occasione di approfondire grazie ad Octobot la geopolitica dei semiconduttori, al fine di inquadrare tale forma di intervento statale – giudicata straordinaria – all’interno del teatro della “guerra fredda” sino-americana. Come riportava Francesco Bechis già ad inizio aprile su formiche.net, si tratta in effetti “del primo veto imposto da questo governo, dopo tre interventi con prescrizioni per due contratti 5G (Fastweb-Zte e Linkem-Huawei-Zte), nonché per un investimento nel fintech (Satispay-Square-Tencent)”. Bechis afferma chiaramente che “il tema della protezione della filiera dei microchip è al centro di una nuova strategia della Commissione Ue e uno dei dossier più delicati della Guerra Fredda tech tra Cina e Stati Uniti”.

Il 20 aprile 2021, Ferruccio de Bortoli ricordava sul Corriere della Sera quanto la filiera della produzione dei semiconduttori sia stata la più colpita durante la pandemia, ma anche che la Cina si è assicurata il 70% delle terre rare, nonché il fatto che “l’import di semiconduttori pesa per la Cina più del petrolio”. Eppure, si riporta anche la prospettiva degli azionisti di Lpe Spa, con appena 52 dipendenti, che secondo la lettera di Franco Preti e Massimo Sordi, rispettivamente Ad e presidente dell’impresa, diretta a Mario Draghi e Giorgetti, commentata anche da Chiara Rossi su Startmag, manifestano il disaccordo del veto del governo.

In effetti, l’azienda senza il suo export verso la Cina pari al 60% delle sue vendite – rispetto al 4% assorbito dal mercato italiano – probabilmente non esisterebbe più, se non fosse per l’interesse di Pasquale Pistorio, presidente del colosso italo-francese STMicroeletronics, che – ci informa Samuel Richer – è la seconda produttrice europea di semiconduttori, nonché la 16 a livello mondiale. Pertanto sfuma nell’aria, e come vedremo non soltanto per queste ragioni, l’argomento della dipendenza della sopravvivenza dell’azienda dalla Cina e tuttavia vi è la questione dell’aleatorietà della protezione dei brevetti: i dirigenti di Lpe Spa speravano attraverso l’accesso dei capitali cinesi di garantirsi una protezione maggiore della proprietà intellettuale. Eppure, circola ovunque il nome pubblico Shenzhen Investments Holdings, ma poco si dice degli interessi di cui si fa portatrice, e per questo appunto ci si rivolge a Samuel Richer.

i casi del golden power in italia: l’emergenza del pensiero strategico ?

Si osserva in linea preliminare che designare tale intervento statale come golden power ne evidenzia il carattere straordinario, mentre nel solo 2020, come si legge sempre su formiche.net, “si è verificata una vera e propria impennata degli interventi nel settore delle telecomunicazioni: 22 procedimenti, di cui 18 sulla rete 5G”, e si aggiunge, “in un solo caso, su un contratto fra Huawei e Fastweb di ottobre, il governo ha posto un veto”.

L’ultimo caso relativo a Lpe Spa non è pertanto un caso isolato, ma sembra inscriversi in un orizzonte strategico di ampio respiro che include la filiera dei semiconduttori, il settore fintech, come mostra il caso Satispay-Square-Tencent, per il quale si è dato l’accordo con condizioni, e dove tuttavia vi è sì il colosso cinese, ma anche Square che è una società del fondatore di Twitter, Jack Dorsey; per tacere dell’inevitabile intreccio tra il settore del fintech e la rivoluzione monetaria operata dalla Cina riportata da The Wall Street Journal a inizio aprile: la totale digitalizzazione dello yuan creando un circuito puramente virtuale di scambio indipendente dal dollaro.

In effetti, il golden power fu anche usato – si legge in Reuters – per garantire che la vendita del Gruppo Borsa Italiana da parte della London Stock Exchange non giovasse ad un “inaccettabile offerente”. E così la trattativa si è recentemente conclusa con il trasferimento del gruppo sotto l’ombrello di Euronext, assieme a Cdp Equity e Intesa Sanpaolo, che diventano “azionisti di riferimento”. Inoltre, si precisa che sarà Aruba Spa, azienda 100% italiana, a fornire il “core data center” di Borsa Italiana situato a Bergamo, il che – spiega Stéphane Boujnah, ceo e presidente del consiglio di gestione Euronext – “è un chiaro segnale dell’investimento sull’Italia”, quando avrebbe potuto benissimo essere trasferito a Parigi o ad Amsterdam.

Il 28 aprile 2021, il Ceo del produttore americano Intel, Pat Gelsinger, interviene sul Financial Times ricordando che la produzione europea di semiconduttori è passata dal 44% degli anni ’90 all’attuale 10% del totale globale, e che tra la Cina continentale (25%), Taiwan (21%), Corea del Sud (19%) e Giappone (13%) l’Asia copre l’80% delle produzione mondiale. L’Europa ha qualche campione del settore, ma compete con “governi che forniscono incentivi generosi per attrarre e sviluppare la produzione di semiconduttori e incentivare la R&D”, pertanto si conclude “l’Europa deve porsi a quest’altezza per poter competere a livello globale”. Dal 1989, Intel ha investito 15 miliardi di dollari, e altri 7 miliardi verranno investiti in Europa, mentre 20 miliardi sono stati dedicati per due nuove sedi di produzione negli Usa. Ma non basta semplicemente riprodurre il tessuto produttivo: la sfida è sul lungo termine. Gelsinger ha infatti girato l’Europa tra fine aprile e inizio maggio “incontrando politici e leader del settore per discutere come l’Europa possa raggiungere i suoi obiettivi nella produzione dei semiconduttori”.

Il 9 maggio 2021, Handelsblatt riprende proprio gli esiti della tournée europea di Gelsinger: si annuncia l’apertura a giugno del nuovo sito di produzione della Bosch a Dresda, ma si conclude con inconsueto realismo – per essere una testata tedesca – che senza un forte sostegno statale non vi potrà mai essere un grande produttore di semiconduttori né a Dresda, né altrove in Europa. Dagli Usa di Biden che promettono 50 miliardi di sovvenzioni al settore alla Cina che coprono il 70% delle spese – su territorio cinese – della stessa Intel di Gelsinger, saranno soltanto ingenti sovvenzioni nell’ordine dei miliardi a poter garantire la creazione di campioni europei.

Toffoletto: Pertanto, in questo contesto, quale è l’interrelazione tra governo centrale e grandi gruppi cinesi in particolare nel caso Lpe Spa?

Richer: Probabilmente, è necessario partire dall’impatto delle sanzioni Usa sulla Cina, che hanno severamente impattato parte del settore tecnologico cinese, avendo riverberazioni anche a livello globale. Infatti, se certamente la pandemia ha avuto un impatto sulla logistica di distribuzione, la verità è che vi è stato un aumento esponenziale della domanda, al punto che l’offerta non è riuscita a stare al passo nonostante il trend di aumento degli investimenti nel settore, come spiega Clémence Mirgalet sul nostro blog. In particolare, tale aumento è dovuto alla Cina che è il primo consumatore di semiconduttori se si pensa che soltanto nel 2019 spendeva fino a 300 miliardi di dollari, più che per il petrolio, come si è già detto. A fronte delle sanzioni e della sua dipendenza dall’estero per tale componente nevralgica, ha voluto crearsi una scorta di semiconduttori di ultima generazione per potersi garantire una continuità produttiva.

©South China Morning Post – IDM (Integrated Device Manufacturer – imprese che coprono tutte e 4 le fasi produttive: design e concezione, incisione e produzione, assemblaggio e collaudo), Fabless (imprese del design e della concezione), Foundry (imprese di incisione), OSAT (imprese di  assemblaggio e collaudo).

Si tratta così di inquadrare il tentativo di acquisto da parte cinese di Lpe Spa nella strategia di lungo periodo che prevede di raggiungere nel 2025-2030 l’autonomia produttiva nel settore dei semiconduttori Da un punto di vista meramente economico, certamente, gli azionisti di Lpe Spa hanno perso miliardi, ma sarebbe molto naif pensare che una scalata di Shenzhen Holdings nell’impresa avrebbe garantito una maggiore protezione della proprietà intellettuale. Il fondo di Shenzhen, con attivi per 23 miliardi, è detenuto infatti al 100% dal Sasac (State-owned asset commission) della città di Shenzhen che è l’organo intermediario di controllo tra gli apparati del partito comunista cinese e i grandi gruppi pubblici, attraverso cui si applica la strategia di investimento e quindi la gestione delle partecipazioni statali. In questo contesto, la Shenzhen Holdings ha come obbiettivo ufficiale la gestione dello sviluppo urbano della città, nonché il sostegno all’innovazione tecnica ed industriale.

Inoltre, occorre qui ricordare il fondo Ciciif (China Integrated Circuit Industry Investment Fund), dotato a partire dalla sua creazione nel 2015 di 50 miliardi, e con aumento di capitali nel 2019 di ulteriori 33 miliardi di dollari, che ha come missione specifica non soltanto lo sviluppo delle imprese tecnologiche locali, ma anche le acquisizioni di imprese straniere per importare tecnologie di punta e know-how ancora assenti dalle filiere produttive del Made in China. Il Ciciif è stato appunto creato nel 2015 quando la Cina – come rivela il grafico – era ancora un attore marginale nelle prime fasi di produzione: essendo priva di imprese IDM, con marginali ricavi nella fase dell’incisione (7% vs. 73% di Taiwan), con invece una relativa forza nelle ultime fasi della filiera produttiva (12% vs. 54% di Taiwan). Così, la Lpe Spa sarebbe potuta essere una possibile preda della strategia imperiale di sviluppo cinese che le autorità pensavano non cadere sotto il radar dei controlli europei, trattandosi tutto sommato di una media impresa.

Toffoletto: Forse sarebbe opportuno ritornare sull’effetto reale delle sanzioni americane, si parla spesso dei giganti Huawei o Zte, ma forse ci sono altri dettagli in merito da elucidare, e quindi illustrare maggiormente come si articola globalmente la filiera dei semiconduttori alla luce delle sue fasi produttive, giacché potrebbe portare ancora più chiarezza della posizione dell’Ue in un teatro in cui alcuni settori economici hanno più peso geopolitico che meramente contabile, come si legge dopotutto nell’editoriale di Lucio Caracciolo in Limes di aprile 2021, “il risultato della sfida non lo stabiliranno i parametri economici, pur decisivi nell’emergenza”, ma per quanto riguarda l’Italia, “ci salveremo soltanto se sapremo recuperare il senso della nostra parabola storica. Con una certa idea d’Italia in testa. Condivisa nella famiglia allargata, con cui familiarmente litigheremo e ci concilieremo come si conviene. Nella statica che ci è consentita dalla pertinenza all’impero americano. E nella dinamica cui tale appartenenza ci sollecita ora che l’America si disputa con Cina e Russia. Perfino nel nostro salotto di casa. L’Italia è Mediterraneo e Occidente. O non è”.

Richer: Certamente. In effetti, si parla spesso dei grandi gruppi cinesi oggetto delle sanzioni Usa, ma si tace del fatto che non tutti gli attori tecnologici cinesi sono – almeno finora – soggetti a tali sanzioni. Per esempio, grandi gruppi quali Xiaomi o Oppo hanno tuttora accesso ad Android e a semiconduttori di ultima generazione. La questione è che questi ultimi a differenza di Huawei o Zte sono produttori di oggetti di consumo di uso quotidiano non costruiscono infrastrutture strategiche, perciò si spiega questa selettività nell’applicazione delle sanzioni. Tuttavia, il pensiero strategico cinese si pone come se all’orizzonte vi fosse la possibilità di sanzioni sistemiche, cioè come se anche i produttori di oggetti di consumo potrebbero essere privi della fornitura di semiconduttori, di qui si spiega la corsa all’acquisito di semiconduttori nell’ultimo anno, casualmente coinciso con l’anno di pandemia. Pertanto l’idea del blocco assoluto del mercato cinese è vero soltanto parzialmente, se vi sono ancora grandi gruppi quali Xiaomi o Oppo come possibili clienti per le aziende occidentali.

D’altra parte sorge il paradosso che Huawei si pone all’avanguardia per l’infrastruttura delle reti 5G senza tuttavia avere la possibilità di fornire i processori – il loro processori  Kirin dipendevano infatti dalle forniture americane – necessari per supportare tali reti: l’anello nevralgico rimane pertanto fuori dal controllo cinese. A questo punto, occorre dare uno sguardo globale alla filiera produttiva nella sua dislocazione geografica per fasi. Come rivela il grafico sottostante, nel 2017 sembrava profilarsi un leggero trend di diminuzione nella produzione americana di semiconduttori e l’aumento netto della produzione coreana (Samsung), con la Cina ancora attorno al 5%. Come si spiega dunque oggi la sua vertiginosa presenza sui mercati (pari al 25%)?

©South China Morning Post – il grafico mostra l’andamento in termini percentuali di mercato  della produzione di semiconduttori per paese, o attore geopolitico

In generale, si tratta di considerare che vi sono sempre degli oligopoli ad ogni fase produttiva (design & concezione, incisione & produzione, assemblaggio e collaudo, distribuzione), ma vi sono alcuni gruppi gli Integrated Device Manufacturer (IDM) che coprono tutta la filiera produttiva, tra cui spicca la coreana Samsung. Al contempo si hanno giganti specializzati nell’incisione e produzione come la taiwanese TSMC (Taiwan Semiconductor Manufacturing Company), che ha annunciato una spesa programmatica di 100 miliardi nei prossimi tre anni nella ricerca e nell’aumento della produttività, che ne fa almeno – per tale fase della produzione – di una generazione avanti al colosso IDM americano Intel.

In questo scenario, vi è da includere tuttavia anche la holding amglo-olandese ASML (Advanced Semiconductor Materials Lithography), nata dalla joint venture tra Philips e ASM International nel 1984, che è figura al primo posto dei produttori di macchine litografiche di punta necessarie per incidere il silicone, ogni sua singola macchine può valere fino ai 60 milioni di dollari, e detiene pressoché il monopolio delle macchine di ultimissima generazione. La Corea del Sud ha invece comunicato investimenti per 451 miliardi di dollari (510 trilioni di won), a sostegno dei colossi Samsung e SK Hynix Inc., da qui al 2030 per accelerare lo sviluppo del settore. Inoltre, i colossi sud-coreani e la taiwanese TSMC, come scrive Alessandra Colarizi su China-files “hanno recentemente aderito alla Siac (Semiconductor in America coalition), la neonata lobby statunitense degli sviluppatori e degli utilizzatori di chip, creata per contrastare il tentativo della Cina di collocarsi in cima alla catena del valore dei semiconduttori”. In questo contesto, l’Ue ha richiesto alla stessa TSMC di creare sedi produttive in territorio europeo senza tuttavia ottenere l’interesse del colosso taiwanese, che invece ha dichiarato una spesa complessiva di 15 miliardi per nuove sedi americane.

Dunque, guardiamo direttamente nelle seguenti quattro mappe la dislocazione tra Nord America, Europa e Asia delle diverse fasi nel loro ordine logico della produzione dei semiconduttori delle – si potrebbe dire, per fare il verso alle Sette sorelle dell’oil&gas – Sei sorelle IDM: Intel (Usa), Micron (Usa), Toshiba (Giappone), Samsung Electronics (Corea del Sud), Infineon (Germania), e NXP (Paesi Bassi):

©South China Morning Post – Queste mappe mostrano le sedi produttive delle sei imprese IDM leader (Intel, Micron, Toshiba, Samsung Electronics, Infineon, NXP), secondo le fasi costituenti la filiera produttiva dei semiconduttori: 1) ricerca, design & concezione, 2) produzione-incisione, 3) assemblaggio, 4) collaudo.

Secondo dati relativi del 2018, si può ancora vedere quanto la Cina sia presente per le ultime fasi della filiera produttiva: l’assemblaggio e il collaudo. Si nota infatti la totale assenza di centri adibiti a tali fasi negli Usa, pochissime sedi dedite all’assemblaggio e al collaudo in Europa, essenzialmente in Germania. Al contrario, vi è una maggiore presenza americana ed europea per la fase chiave della produzione (manufacturing) stessa, ed anche per la ricerca e il design, presente tuttavia discretamente anche in Cina. Per tale ragione, ad oggi, la Cina è riuscita quasi a porsi all’avanguardia per molte fasi della produzione, salvo per l’incisione stessa dei semiconduttori, che è sempre rimasta concentrata in paesi occidentali, o filo-americani (Giappone, Corea del Sud, Taiwan), per tacere dei macchinari di punta necessari che provengono quasi esclusivamente da ASML, i cui azionisti sono essenzialmente gruppi di investimenti americani e inglesi da Blackrock Inc. a Capital Group e la scozzese Baillie Gifford & Co., che ne fa un asset strategico saldamente in mano all’orbita atlantica. Per la fase di ricerca e design resta comunque all’avanguardia l’anglo-giapponese ARM Holdings, con sede a Cambridge, per la concezione di processori destinati, tra altri, per lo sviluppo dell’intelligenza artificiale o sistemi di sicurezza.

Si conclude pertanto che la Cina occupa ben il 25% del mercato dei semiconduttori ma per prodotti che non necessitano delle tecnologie di ultimissima generazione, richieste invece dal settore degli armamenti od altre industrie strategiche. Huawei pare infatti aver fatto pressione alle autorità cinesi per la produzione in loco di semiconduttori di ultima generazione rilevando ancor più il gap tecnologico della filiera produttiva cinese nella fase decisiva dell’incisione dei microchip. L’impero americano è chiaramente intenzionato a far perdurare tale gap tecnologico e chiama i suoi alleati europei a serrare i ranghi: l’uso del golden power in questi ultimi anni va iscritto quindi nel teatro storico della guerra-competizione sino-americana all’innovazione tecnologica che determinerà l’ordine mondiale nel tramonto del secolo americano.